C’è chi dice sì al Vangelo della gioia. Intervista a Claudia e Carlo Ceresi

Nome: Carlo e Claudia

Età: 54 lui e 46 lei

Difetti: lui credere di poter fare a meno degli altri, di essere autosufficiente - lei avere la presunzione di essere apprezzata da tutti, dare troppa importanza a quello che gli altri pensano di me, non accettare che a qualcuno puoi non stare simpatica

Sogni: lui vedere genitori, a cominciare da noi stessi, impegnati ad aiutare i propri figli ad essere persone buone piuttosto che uomini e donne di successo – lei avere qualcuno che mi presta una moto ogni tanto per farci un giro. Ah, un songo serio? Ok! Poter dire alla fine dei miei giorni di aver fatto il possibile, nel mio quotidiano e con tutte le mie forze (preghiera e/o scelte concrete), per cercare di rimuovere ogni forma di ingiustizia, prevaricazione e violenza nei confronti dei più piccoli, poveri, indifesi ed emarginati

Come è nato il vostro sì al Vangelo della gioia?

Carlo: L’adesione consapevole credo sia avvenuta nei momenti più decisivi della mia vita, che mi sento di dire essere stati il fidanzamento con Claudia e quando ho scoperto di essere malato. Nel momento della scelta, nel momento della difficoltà non mi sono mai sentito solo, abbandonato, ho sempre sentito accanto la presenza del Signore che mi indicava una strada e un futuro ricco di gioia. Come se tutto quello che avevo vissuto, tutte le esperienze fatte (il cammino nel mio gruppo di AC, le esperienze di fraternità e condivisione nei campi scuola, gli esercizi spirituali, ma anche le delusioni, gli insuccessi, la percezione dei miei limiti) fossero state pensate per prepararmi a vivere in pienezza proprio quei momenti, che sono stati veramente tempo di grazia. E anche adesso di fronte alle incertezze faccio memoria del passato e rinnovo la mia adesione.

Claudia: Sono cresciuta in una famiglia cristiana, ho ricevuto tutti i sacramenti e frequentato l’AC fin da bambina, ma penso che la consapevolezza che quel Gesù di cui in tanti mi stavano parlando era Colui che dà senso pieno all’esistenza, l’ho cominciata ad avere in seguito al mio primo camposcuola, a sedici anni. L’incontro e la comunione con Gesù e i fratelli nelle Eucaristie e l’esperienza di condivisione profonda e di fraternità vissute mi hanno fatto sperimentare una pace e una gioia che mi hanno messo in moto un desiderio che non si è più spento: incontrarLo e farlo incontrare. Da lì la scelta di un accompagnatore spirituale, di un cammino di discernimento vocazionale, esercizi spirituali ecc…

Come avete imparato in famiglia a declinare il verbo accogliere?

Mi è abbastanza spontaneo, mi viene in mente una scena ricorrente dei primi anni di matrimonio (e non solo): la sera prendevo in mano la mia agendina telefonica e dicevo a Carlo “Chi invitiamo questa settimana?”, arrivando anche a tre inviti in una settimana…

Quando ci siamo ritrovati a progettare la nostra vita insieme abbiamo scelto di provare ad essere una famiglia aperta: agli amici, ai bisogni degli altri, alle richieste che ci fossero arrivate. Ci dicevamo che nel momento in cui una coppia si chiude rischia di inaridirsi, di esaurire la propria vitalità. Un aspetto che abbiamo individuato da subito come centrale è stata l’apertura alla vita, in particolare l’accoglienza nei confronti dei bambini, che per noi si è tradotto, oltre che nell’essere genitori naturali, nell’esperienza dell’affido e del sostegno all’affido. Pensiamo che tutto ciò più che togliere attenzione ai nostri figli, abbia contribuito alla loro (e nostra) crescita nella capacità di accogliere.

Con quali paure avete combattuto nelle vostre scelte?

Se pensiamo alle nostre scelte le paure sono state sempre marginali, non perché fatte nella superficialità bensì perché erano più forti la libertà interiore che le scelte generavano in noi e la serenità conseguente dalla fiducia e dall’abbandono ad un disegno più grande di noi, segni che le scelte le stavamo facendo per Amore.

Abbiamo fatto i conti con la paura: di sottrarre del tempo alla famiglia per sostenere gli impegni, di non essere all’altezza, di perdere gli spazi e i momenti personali e di famiglia, di non avere accolto il Signore che passava.