C’è chi dice sì al vangelo della gioia. Intervista a Don Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Gubbio

Com'è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Scoprendo la gioia nel volto e nella vita di tanti che mi hanno cresciuto. Penso ai miei genitori, ad alcuni educatori che ho avuto, ai preti della mia giovinezza.

Ho sentito che c'era un modo di vivere che non sprecava nulla e rendeva pieni. E dietro quelle persone e quelle storie ho incontrato il Signore Gesù e il suo sogno di salvezza per tutti, specie i più bisognosi.

Mi è parso chiaro che quella gioia era il desiderio di tutti, ma pochi ne sapevano il segreto, e a me era stato donato gratuitamente.

Poi ho percepito forte che Gesù invitava anche me ad camminare con lui, a lasciare tutto per seguirlo e a portare la sua parola a tanti.

Come l’esperienza da rettore ti ha aiutato nel sì alla chiesa di Gubbio?

Ho raccontato per anni ai seminaristi che quando il Signore ci chiama a servirlo, la risposta è la vita intera e comporta la consegna di tutta la propria esistenza alla Chiesa, per amore di Gesù e a servizio dei fratelli, dove lo Spirito ci manda.

Quando mi hanno chiamato per annunciarmi la mia nomina, a parte la paura e le resistenze umane, ho ritrovato nel cuore questa risposta e la gioia dell'esperienza che me l'aveva suggerita. Sicuro di non averla cercata e consapevole di chi mi chiedeva di nuovo di lasciarmi guidare dal Signore per il bene degli altri non ho avuto dubbi su quale potesse essere la mia risposta.

Ho fatto tanta fatica però a lasciare quel servizio di educatore in seminario, mi ci ero affezionato e sentivo tutta la serietà di quel compito nella Chiesa.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Paura di sbagliare, di fallire e di essere giudicato; di non essere all'altezza o capace di quello che mi sarebbe stato chiesto e di quello che si aspettavano gli altri da me; di rimanere da solo; di perdere legami importanti; di non riuscire ad essere fedele alle promesse e agli impegni; di non rispondere ad una chiamata del Signore, ma piuttosto ad un bisogno personale o ad una visione parziale; di essere chiamato a cose troppo grandi.