C’è chi dice sì al Vangelo della gioia. Intervista a Mirco Micci, seminarista della diocesi di Senigallia

IDENTIKIT

- nome: MIRCO MICCI

- età: 28

- un difetto: SBADATO

- un sogno: VIVERE IN UNA CHIESA “COME DIO COMANDA”

Com'è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Questʼanno ho passato il fine anno al Sermig di Torino e siccome la loro Regola è chiamata "Regola del Si", ho chiesto ad Ernesto Olivero, il fondatore, come si facesse a coltivare nellʼoggi, quelli che domani sono chiamati a diventare i grandi Sì della vita. Mi ha spiazzato perché mi ha risposto che non servono grandi sì, ma tenui, semplici, piccoli, senza tante evidenze, come quelli di Maria.

Ecco in fondo ha ragione, ho cominciato a dire Sì al Vangelo proprio così, in semplicità, seguendo la gioia e la bellezza che vivevo nelle prime esperienze parrocchiali, nelle relazioni vissute nella fede, dai primi servizi che ho vissuto come animatore e catechista. Cominciava inoltre, verso i 17 anni, a risuonarmi nel cuore una frase detta dai discepoli di Emmaus dopo averLo riconosciuto nello spezzare il pane: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino" (Lc 24, 32). Pensavo a quanto fosse vera per me: il Vangelo, il parlare di Lui, con Lui, il vivere nella Chiesa mi scaldava il cuore, ma ancora non pensavo affatto alla vocazione sacerdotale. A questo Signore che mi accompagnava, ascoltandomi, ho cominciato ad affidare le mie grandi domande di senso, vocazionali, di felicità. Da questo dialogo e desiderio di pienezza che avvertivo in me, sono nati i Sì alle esperienze in pastorale giovanile, ai campi, agli esercizi spirituali, al gruppo di discernimento vocazionale, ma anche allʼuniversità, al lavoro, ad una relazione affettiva ecc… Eʼ in tutta questa Grazia sperimentata (ben mescolata a paure e confusione certamente) che ho chiesto al Signore di aiutarmi a capire, a scegliere come amare meglio e quale fosse la sua Volontà.

Senza accompagnamento spirituale non avrei mosso un passo. Tirando una linea retta in questi anni, ancora oggi mi sembra che la sintesi più nitida sia quella che ho percepito agli esercizi spirituali del 2013, anno in cui sono entrato in Seminario. Tanta era la gratitudine per quello che avevo e che ero che mi sembrava "normale", restituire tutto al Signore, donargli la vita interamente come risposta dʼamore e gratitudine. Quella luce più che nel passato è nel futuro e su questa linea cammino ancora.

Qual è stato il momento più significativo del tuo percorso vocazionale?

Ce ne sono stati diversi e credo che quelli più decisivi sono ancora avanti a me.

Comunque penso che i momenti più importanti siano stati quelli in cui ho "saltato", cioè quelli che sono venuti subito dopo lʼaver ragionato (nel mio caso a volte a sfinimento), lʼaver calcolato tutto da buon ragioniere di formazione e da ex bancario e aver visto che i conti non tornavano. Lì, credo, si riceve la Grazia per fare il salto e si capisce che Dio ha già scommesso su di te, che guida lui. O ci si tuffa o si rimane con il volto triste come il giovane ricco del Vangelo (Mc 10, 21) e anche questo avevo sperimentato. Ci sono stati anche momenti di crisi, ma attraversati con il Signore sono stati momenti di scoperta di una nuova libertà interiore e gioia, di nuovo da investire, abitare e da donare a Lui.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Potrei elencarle in ordine alfabetico. Di temperamento infatti non sono certo Riccardo cuor di Leone. Alcune le ho superate, altre tornano in forme nuove. Penso che siano inglobate nella paura del chicco di grano che cadendo in terra sa che deve "morire" per portare frutto (Gv 12, 24).

E allora la paura di abbandonarsi a Dio lasciando il lavoro, la paura di non essere sostenuto, capito, la paura di lasciarsi amare veramente, di essersi sbagliati, la paura serpentina che ti fa guardare a Dio con fiducia, ma con riserva (quella riserva che ti frega, perché di fatto fai come ti pare!).

Poi ci sono le paure che considero "sane", cioè quella di perdere lʼappuntamento con il Signore, di non fare la sua volontà, di non accogliere il suo amore, di far di testa mia.

Una cosa che mi da tranquillità è che, così come i nostri pensieri non sono i suoi pensieri (Is 55, 8), anche le mie paure spesso non sono le sue. Non ce lo vedo Dio a preoccuparsi di quello di cui mi preoccupo e allora mi tranquillizzo anche io, e attraverso con Lui ciò che cʼè da attraversare.