C’è chi dice sì al vangelo della gioia. Intervista a Sr. Maria Francesca Alessia della Redenzione

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Com'è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Il mio sì è stato un parto abbastanza lungo, parliamo di anni. Frequentavo l’AC, e durante la Messa di un camposcuola mi colpì il ritornello del salmo responsoriale che diceva: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”. Quelle parole mi attraevano ma capivo anche di esserne tanto lontana: sì, il Signore era per me un bene, ma forse lo era in mezzo a tanti altri beni, non era il più importante né tantomeno l’unico… Cosa fare allora? Mettere a tacere quella frase? A dire il vero ho provato a lungo a far finta di niente, ma lei è stata più testarda di me, mi ha lavorato dentro. Desideravo essere felice, e negli anni ho sperimentato che la gioia stava proprio là, nel continuo inseguimento di quell’unico bene che mi ha fatto fare tanta strada. è un po’ come la carota che si mette davanti all’asino per farlo camminare: è una meta che cammina davanti a me e con me, che dà la forza di proseguire anche nelle difficoltà che tutti incontriamo. E di giorno in giorno scopro che la gioia sta nel camminare, e nel farlo nella comunione anche quando la strada è in salita o dissestata e piena di buche…

Come la preghiera riesce ad allargare il tuo cuore al mondo che per vocazione non puoi abitare?

Durante gli anni di discernimento sentivo sempre un’insoddisfazione di fondo: io volevo fare tutto, arrivare dappertutto, sempre di più, sempre oltre… cosa umanamente impossibile! Solo Dio arriva dappertutto ed entra nell’intimità del cuore umano, solo Lui può rispondere ai bisogni e ai desideri di ogni persona. Stare davanti a Lui e affidargli nella preghiera le fatiche quotidiane dell’umanità è il mio modo di essere e sentirmi sorella e madre anche di coloro che non vedrò mai perché abitano dall’altra parte del mondo: la preghiera è un cammino di verità che fa emergere il mio limite e la Sua onnipotenza che rende ogni persona libera. Paradossalmente sperimento che è proprio il limite fisico, anche quello della clausura, che apre a tutto ciò che sta oltre il limite facendomi gustare un’appartenenza reciproca tra me e ciò che è oltre me.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Le paure sono tante e diverse a seconda della fase di vita che attraverso. Paura di essere sola, di essere dimenticata; paura di sbagliare strada; paura di non essere capita; paura di fare troppo da sola e con le mie forze; paura di non essere all’altezza del progetto che Dio ha su di me; paura di deludere o ferire le persone accanto a me; paura di non saper dar senso alle sofferenze; paura di non saper guardare a me stessa e agli altri con uno sguardo di misericordia e di verità; paura dei miei limiti.