Il mio sì al Vangelo della gioia, tanti piccoli sì.

Com’è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Quest’anno ho passato il fine anno al Sermig di Torino e siccome la loro Regola è chiamata “Regola del Si”, ho chiesto ad Ernesto Olivero, il fondatore, come si facesse a coltivare nell’oggi, quelli che domani sono chiamati a diventare i grandi Sì della vita. Mi ha spiazzato perché mi ha risposto che non servono grandi sì, ma tenui, semplici, piccoli, senza tante evidenze, come quelli di Maria.

Ecco in fondo ha ragione, ho cominciato a dire Sì al Vangelo proprio così, in semplicità, seguendo la gioia e la bellezza che vivevo nelle prime esperienze parrocchiali, nelle relazioni vissute nella fede, dai primi servizi che ho vissuto come animatore e catechista. Cominciava inoltre, verso i 17 anni, a risuonarmi nel cuore una frase detta dai discepoli di Emmaus dopo averLo riconosciuto nello spezzare il pane: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino” (Lc 24, 32). Pensavo a quanto fosse vera per me: il Vangelo, il parlare di Lui, con Lui, il vivere nella Chiesa mi scaldava il cuore, ma ancora non pensavo affatto alla vocazione sacerdotale. A questo Signore che mi accompagnava, ascoltandomi, ho cominciato ad affidare le mie grandi domande di senso, vocazionali, di felicità.

Da questo dialogo e desiderio di pienezza che avvertivo in me, sono nati i Sì alle esperienze in pastorale giovanile, ai campi, agli esercizi spirituali, al gruppo di discernimento vocazionale, ma anche all’università, al lavoro, ad una relazione affettiva ecc… è in tutta questa Grazia sperimentata (ben mescolata a paure e confusione certamente) che ho chiesto al Signore di aiutarmi a capire, a scegliere come amare meglio e quale fosse la sua Volontà.

Senza accompagnamento spirituale non avrei mosso un passo. Tirando una linea retta in questi anni, ancora oggi mi sembra che la sintesi più nitida sia quella che ho percepito agli esercizi spirituali del 2013, anno in cui sono entrato in Seminario. Tanta era la gratitudine per quello che avevo e che ero che mi sembrava “normale”, restituire tutto al Signore, donargli la vita interamente come risposta d’amore e gratitudine.

Quella luce più che nel passato è nel futuro e su questa linea cammino ancora.

Qual è stato il momento più significativo del tuo percorso vocazionale?

Ce ne sono stati diversi e credo che quelli più decisivi sono ancora avanti a me. Comunque penso che i momenti più importanti siano stati quelli in cui ho “saltato”, cioè quelli che sono venuti subito dopo l’aver ragionato (nel mio caso a volte a sfinimento), l’aver calcolato tutto da buon ragioniere di formazione e da ex bancario e aver visto che i conti non tornavano. Lì, credo, si riceve la Grazia per fare il salto e si capisce che Dio ha già scommesso su di te, che guida lui. O ci si tuffa o si rimane con il volto triste come il giovane ricco del Vangelo (Mc 10, 21) e anche questo avevo sperimentato.

Ci sono stati anche momenti di crisi, ma attraversati con il Signore sono stati momenti di scoperta di una nuova libertà interiore e gioia, di nuovo da investire, abitare e da donare a Lui.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Potrei elencarle in ordine alfabetico.

Di temperamento infatti non sono certo Riccardo cuor di Leone. Alcune le ho superate, altre tornano in forme nuove. Penso che siano inglobate nella paura del chicco di grano che cadendo in terra sa che deve “morire” per portare frutto (Gv 12, 24). E allora la paura di abbandonarsi a Dio lasciando il lavoro, la paura di non essere sostenuto, capito, la paura di lasciarsi amare veramente, di essersi sbagliati, la paura serpentina che ti fa guardare a Dio con fiducia, ma con riserva (quella riserva che ti frega, perché di fatto fai come ti pare!). Poi ci sono le paure che considero “sane”, cioè quella di perdere l’appuntamento con il Signore, di non fare la sua volontà, di non accogliere il suo amore, di far di testa mia. Una cosa che mi da tranquillità è che, così come i nostri pensieri non sono i suoi pensieri (Is 55, 8), anche le mie paure spesso non sono le sue.

Non ce lo vedo Dio a preoccuparsi di quello di cui mi preoccupo e allora mi tranquillizzo anche io, e attraverso con Lui ciò che c’è da attraversare.

VOCE MISENA del 22 marzo 2018


La scommessa di una famiglia aperta al mondo.

A colloquio con Claudia Sartini e Carlo Ceresi: sposati, due figli, esperienze di affido, tanto volontariato. E soprattutto il desiderio di vivere per davvero e ogni giorno l’accoglienza.

Come è nato il vostro sì al Vangelo della gioia?

Carlo - L’adesione consapevole credo sia avvenuta nei momenti più decisivi della mia vita, che mi sento di dire essere stati il fidanzamento con Claudia e quando ho scoperto di essere malato. Nel momento della scelta, nel momento della difficoltà non mi sono mai sentito solo, abbandonato, ho sempre sentito accanto la presenza del Signore che mi indicava una strada e un futuro ricco di gioia.Come se tutto quello che avevo vissuto, tutte le esperienze fatte (il cammino nel mio gruppo di Ac, le esperienze di fraternità e condivisione nei campi scuola, gli esercizi spirituali, ma anche le delusioni, insuccessi, la percezione dei miei limiti) fossero state pensate per prepararmi a vivere in pienezza proprio quei momenti, che sono stati veramente tempo di grazia. E anche adesso di fronte alle incertezze faccio memoria del passato e rinnovo la mia adesione.

Claudia - Sono cresciuta in una famiglia cristiana, ho ricevuto tutti i sacramenti e frequentato l’Ac fin da bambina, ma penso che la consapevolezza che quel Gesù di cui in tanti mi stavano parlando era Colui che dà senso pieno all’esistenza, l’ho cominciata ad avere in seguito al mio primo campo scuola, a sedici anni. L’incontro e la comunione con Gesù e i fratelli nelle Eucaristie e l’esperienza di condivisione profonda e di fraternità vissute mi hanno fatto sperimentare una pace e una gioia che mi hanno messo in moto un desiderio che non si è più spento: incontrarLo e farlo incontrare. Da lì la scelta di un accompagnatore spirituale, del discernimento vocazionale, ecc… 

Come avete imparato a declinare il verbo accogliere?

Mi è abbastanza spontaneo, mi viene in mente una scena ricorrente dei primi anni di matrimonio (e non solo): la sera prendevo in mano la mia agendina telefonica e dicevo a Carlo “Chi invitiamo questa settimana?”, arrivando anche a tre inviti in una settimana… Quando ci siamo ritrovati a progettare la nostra vita insieme abbiamo scelto di provare ad essere una famiglia aperta: agli amici, ai bisogni degli altri, alle richieste che ci fossero arrivate. Ci dicevamo che nel momento in cui una coppia si chiude rischia di inaridirsi, di esaurire la propria vitalità.Un aspetto che abbiamo individuato da subito come centrale è stata l’apertura alla vita, in particolare l’accoglienza nei confronti dei bambini, che per noi si è tradotto, oltre che nell’essere genitori naturali, nell’esperienza dell’affido e del sostegno all’affido. Pensiamo che tutto ciò più che togliere attenzione ai nostri figli, abbia contribuito alla loro (e nostra) crescita nella capacità di accogliere.


Con quali paure avete combattuto nelle vostre scelte?

Se pensiamo alle nostre scelte le paure sono state sempre marginali, non perché fatte nella superficialità bensì perché erano più forti la libertà interiore che le scelte generavano in noi e la serenità conseguente dalla fiducia e dall’abbandono ad un disegno più grande di noi, segni che le scelte le stavamo facendo per Amore.

Abbiamo fatto i conti con la paura: di sottrarre del tempo alla famiglia per sostenere gli impegni, di non essere all’altezza, di perdere gli spazi e i momenti personali e di famiglia, di non avere accolto il Signore che passava.

VOCE MISENA del 22 marzo 2018


La nostra Chiesa vicina ai fidanzati.

Presso il nostro Seminario vescovile hanno preso il via alcune esperienze di accoglienza per fidanzati, promosse dalla Pastorale vocazionale, in collaborazione con la Pastorale giovanile e familiare. La proposta è molto semplice e di per sé quasi scontata: una settimana di vita comune nella vita ordinaria – mantenendo cioè i propri impegni lavorativi o di studio – ma accolti in seminario, al terzo piano, accompagnati dalla comunità di consacrati che lì vive e da una coppia di giovani sposi.

L’iniziativa è nata senza dubbio dalla ricchezza delle esperienze di vita comune di cui la nostra diocesi ed insieme dalla presenza di un luogo, il nostro seminario, che è il segno della cura della nostra chiesa per le vocazioni. Si è quindi proposto – in via sperimentale – ad alcune coppie di fidanzati – 3 coppie per ogni esperienza – di vivere in una settimana un tempo di accoglienza presso il seminario fatto di condivisione della vita, di preghiera, di fraternità, di formazione e confronto. Per i fidanzati condividere la vita nella sua ordinarietà al ritmo della Parola, ricavandovi tempi quotidiani per un confronto di coppia nel Signore, è l’occasione per scendere in profondità nel proprio percorso di coppia, radicandosi in maniera sempre più decisa nel Signore. Ogni giorno la giornata si apre con la preghiera comune delle Lodi e la Parola spezzata per quel giorno, ogni sera una proposta differente: una preghiera di adorazione, una catechesi, un confronto a partire dalla propria storia, una serata di semplice fraternità.

L’esperienza si è rivelata portatrice di un forte sapore ecclesiale: da un lato infatti i fidanzati percepiscono in modo chiaro e concreto la cura personale della Chiesa per la loro storia che si fa loro accanto nel cammino, “Perché ogni cammino – se condiviso – è meno faticoso e più bello”, dice Sonia, che con suo marito Francesco ha accompagnato la settimana. Dall’altro lato le coppie incontrano in questa settimana diverse vocazioni - sposi, consacrati, sacerdoti - e dall’incontro si esce arricchiti di quella ricchezza che solo la comunione della diversità può originare: “la coppia non è solo una cosa inter-nos – dice Francesca, una delle “fidanzate” che ha vissuto l’esperienza - ma vita che prende forma in mezzo agli altri. Una settimana vissuta con altre coppie e persone con vocazione diversa dalla nostra ci ha mostrato che il Signore ha per ognuno un progetto d’amore e vederlo negli altri ha riconfermato che anche per noi ne ha uno altrettanto bello da scoprire.

Le prime quattro settimane, due con fidanzati, due con fidanzati vicini al matrimonio sono state esperienze molto diverse tra loro, dove ogni coppia, diversa per età, per provenienza, per percorsi, ha trovato cibo buono per il suo cammino: lì dove si trovavano il Signore nella Chiesa si è fatto loro accanto. Allora da questi primi esperimenti, l’incoraggiamento a proseguire e farne una proposta nuova per essere accanto come Chiesa alla vita delle persone. 

Chiara Pongetti

VOCE MISENA del 8 marzo 2018


La mia storia incontro al Signore

“La vocazione è anzitutto dare risposta al desiderio profondo di vivere la gioia. Poi la percezione di voler dedicare completamente la vita al servizio della Sua parola”.

Com’è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Scoprendo la gioia nel volto e nella vita di tanti che mi hanno cresciuto. Penso ai miei genitori, ad alcuni educatori che ho avuto, ai preti della mia giovinezza. Ho sentito che c’era un modo di vivere che non sprecava nulla e rendeva pieni. E dietro quelle persone e quelle storie ho incontrato il Signore Gesù e il suo sogno di salvezza per tutti, specie i più bisognosi. Mi è parso chiaro che quella gioia era il desiderio di tutti, ma pochi ne sapevano il segreto, e a me era stato donato gratuitamente. Poi ho percepito forte che Gesù invitava anche me ad camminare con lui, a lasciare tutto per seguirlo e a portare la sua parola a tanti.

Come l’esperienza da rettore ti ha aiutato nel sì alla chiesa di Gubbio?

Ho raccontato per anni ai seminaristi che quando il Signore ci chiama a servirlo, la risposta è la vita intera e comporta la consegna di tutta la propria esistenza alla Chiesa, per amore di Gesù e a servizio dei fratelli, dove lo Spirito ci manda. Quando mi hanno chiamato per annunciarmi la mia nomina, a parte la paura e le resistenze umane, ho ritrovato nel cuore questa risposta e la gioia dell’esperienza che me l’aveva suggerita. Sicuro di non averla cercata e consapevole di chi mi chiedeva di nuovo di lasciarmi guidare dal Signore per il bene degli altri non ho avuto dubbi su quale potesse essere la mia risposta. Ho fatto tanta fatica però a lasciare quel servizio di educatore in seminario, mi ci ero affezionato e sentivo tutta la serietà di quel compito nella Chiesa.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Paura di sbagliare, di fallire e di essere giudicato; di non essere all’altezza o capace di quello che mi sarebbe stato chiesto e di quello che si aspettavano gli altri da me; di rimanere da solo; non riuscire ad essere fedele alle promesse e agli impegni; di non rispondere ad una chiamata del Signore, ma piuttosto ad un bisogno personale o ad una visione parziale; di essere chiamato a cose troppo grandi.

VOCE MISENA del 1 febbraio 2018


Alla ricerca della gioia che non finisce più

Intervista a suor M. Francesca Alessia. Dal monastero delle Clarisse di Forlì condivide il suo percorso esistenziale e vocazionale che l’ha portata alla sua professione solenne.

Com’è nato il tuo sì al Vangelo della gioia?

Il mio sì è stato un parto abbastanza lungo, parliamo di anni. Frequentavo l’Azione Cattolica della nostra diocesi e durante la Messa di un camposcuola mi colpì il ritornello del salmo responsoriale che diceva: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”. Quelle parole mi attraevano ma capivo anche di esserne tanto lontana: sì, il Signore era per me un bene, ma forse lo era in mezzo a tanti altri beni, non era il più importante né tantomeno l’unico… Cosa fare allora? Mettere a tacere quella frase? A dire il vero ho provato a lungo a far finta di niente, ma lei è stata più testarda di me, mi ha lavorato dentro. Desideravo essere felice, e negli anni ho sperimentato che la gioia stava proprio là, nel continuo inseguimento di quell’unico bene che mi ha fatto fare tanta strada.È un po’ come la carota che si mette davanti all’asino per farlo camminare: è una meta che cammina davanti a me e con me, che dà la forza di proseguire anche nelle difficoltà che tutti incontriamo. E di giorno in giorno scopro che la gioia sta nel camminare e nel farlo nella comunione anche quando la strada è in salita o dissestata e piena di buche…

Come la preghiera riesce ad allargare il tuo cuore al mondo che per vocazione non puoi abitare?

Durante gli anni di discernimento sentivo sempre un’insoddisfazione di fondo: io volevo fare tutto, arrivare dappertutto, sempre di più, sempre oltre… cosa umanamente impossibile! Solo Dio arriva dappertutto ed entra nell’intimità del cuore umano, solo Lui può rispondere ai bisogni e ai desideri di ogni persona. Stare davanti a Lui e affidargli nella preghiera le fatiche quotidiane dell’umanità è il mio modo di essere e sentirmisorella e madre anche di coloro che non vedrò mai perché abitano dall’altra parte del mondo: la preghiera è un cammino di verità che fa emergere il mio limite e la Sua onnipotenza che rende ogni persona libera. Paradossalmente sperimento che è proprio il limite fisico, anche quello della clausura, che apre a tutto ciò che sta oltre il limite facendomi gustare un’appartenenza reciproca tra me e ciò che è oltre me.

Con quali paure hai combattuto nelle tue scelte?

Le paure sono tante e diverse a seconda della fase di vita che attraverso. Paura di essere sola, di essere dimenticata; paura di sbagliare strada; paura di non essere capita; paura di fare troppo da sola e con le mie forze; paura di non essere all’altezza del progetto che Dio ha su di me; paura di deludere o ferire le persone accanto a me; paura di non saper dar senso alle sofferenze; paura di non saper guardare a me stessa e agli altri con uno sguardo di misericordia e di verità; paura dei miei limiti.

VOCE MISENA del 22 febbraio 2018


Quel silenzio ricco di parole da abitare

La Pastorale giovanile della diocesi propone gli esercizi spirituali, a Loreto, da fine febbraio al 4 marzo prossimi. Saranno guidati da Suor Serenella Contaldo.

Gli esercizi spirituali sono un tempo prezioso per la vita di ogni cristiano. È il tempo in cui lasciare po’ da parte la Marta che è in noi e fare spazio a Maria, con la sua capacità di fermarsi, ascoltare, contemplare. Di esercizi spirituali ce ne sono di tutti i tipi e per tutte le sensibilità. Silvia, ci racconta la sua esperienza vissuta nel silenzio degli esercizi ignaziani. “Abitata. Se penso a che cosa mi riporta al cuore e a come mi sento durante il tempo degli esercizi spirituali è: abitata. Come un sigillo posto sulla mia solitudine e sul mio vuoto, abitata significa che sono in compagnia, che sono in comunione, che sono amata e riempita, nutrita, come un bimbo con la mamma. Scegliere questo tempo per me significa sicuramente scegliere la fatica del silenzio. Il silenzio, per il nostro tempo, è assordante e in più è una grande perdita di tempo. E il tempo del silenzio agli esercizi spirituali è un tempo lungo, “troppo” lungo e proprio per questo me lo tengo stretto come un tempo caro, prezioso, per scoprire, ogni volta, con commozione che è un silenzio abitato da Dio Padre che oggi si ferma a casa mia per far festa. La festa che si fa quando si sa di essere figli amati dall’eternità e per l’eternità, senza misura. Gli esercizi diventano il luogo in cui Lui mi riporta alla più profonda verità della mia esistenza: sei l’amato/a, non temere nulla.

Credo e ho sperimentato che, rispetto ad altre, anche belle e nutrienti occasioni, quello degli esercizi, è un tempo di relazione privilegiata con il Signore e un tempo pieno di grazia. Proprio per la posizione di ascolto in cui ci si pone che richiede di fare spazio, lo spazio che si crea è uno spazio speciale rispetto alla quotidianità, uno spazio vuoto che il Signore non tarderà a riempire e a riempire di un cibo buono e che sazia. Inoltre credo proprio che siano esercizi per i miei sensi, troppo inariditi per essere un essere umano che abita questa terra: la bocca per gustare, il naso per respirare, gli occhi per contemplare, le orecchie per ascoltare, il tatto per accarezzare… è un tempo spirituale anche perché mi fa stupire di quant’è bella la nostra umanità, il nostro essere uomini e donne di carne e spirito, vivi. Da amata e nutrita, con questa verità impressa nel cuore, la vita quotidiana prende un respiro più profondo e più leggero e anche se temo, le paure non hanno l’ultima parola perché la mia vita è abitata e amata. E a partire dall’Amato, dall’Amore, amo.”

Silvia Giuliani



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